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La voce della Ragionelettura di 8'

26 Marzo 2020 6 min di lettura

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La voce della Ragionelettura di 8'

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Era successo di nuovo: il vociare soddisfatto di suo padre nell’altra stanza, la vocina stridula di sua madre e quel fastidioso suono di incarti strappati e appallottolati con foga; non era difficile immaginare cosa potesse provocare nei suoi genitori quel misto di isteria ed eccitazione. I due erano, di nuovo, volontariamente, cascati in una di quelle ridicole televendite sui canali locali, ed ora si stavano godendo i frutti del loro ultimo acquisto. Beh, direte voi: a chiunque può capitare almeno una volta nella vita di farsi irretire da uno spot pubblicitario e, colto da un attimo di debolezza, finire ad acquistare un oggetto del tutto inutile, ma che sul momento sembra indispensabile per la propria sopravvivenza.
Eppure la situazione in quella casa era del tutto fuori controllo: ogni settimana, eserciti di corrieri consegnavano decine di pacchi alla loro porta. Come se non bastasse, i suoi genitori non si accontentavano di sfogare il proprio consumismo compulsivo in aggeggi elettronici, accessori per la casa o per il fitness, come farebbero dei genitori “normali”. No, loro avevano un hobby assai più peculiare e, proprio per questo, ancora più irritante.

Lui proprio non lo sopportava: la fissazione dei suoi genitori, ovvero l’occulto e il soprannaturale, andava in aperto contrasto con lo spiccato e pungente razionalismo scettico dimostrato dal giovane Marco, loro figlio.

Sbuffò, provando a immaginare cosa diavolo potessero aver comprato, questa volta.
Un mazzo di tarocchi per prevedere il futuro?
L’ennesima tavoletta Ouija?
Una macchina lancia-maledizioni, fatta con sangue di strega, a detta della grossa scritta in copertina, e con un marchio “made in China” sul retro?
Provate a immaginare l’oggetto a tema occulto più assurdo e al contempo truffaldino che vi potreste mai inventare: loro l’avrebbero già acquistato.

Avevano addirittura adibito una stanza dedicata alla montagna di robaccia che avevano accumulato nel tempo. Pensavano che, forse, mettendo tutti quegli oggetti nello stesso luogo, seppur singolarmente non mostrassero la benché minima proprietà “magica”, avrebbero potuto creare una qualche forma di risonanza che, accumulandosi, avrebbe infine manifestato un segnale soprannaturale di qualche tipo. Apparentemente, invece, l’unica cosa che quegli oggetti erano in grado di accumulare, era la polvere. Tanta polvere.

L’unico a badare a quella stanza era lui. Non che qualcuno gliel’avesse chiesto, sia chiaro. È che, quando si rintanava lì, nonostante non nutrisse il benché minimo dubbio sulla totale inefficacia di quegli oggetti, si sentiva in qualche modo a suo agio.

Forse perché aveva l’impressione di far parte lui stesso di quella schiera di oggetti abbandonati. Di questo, in realtà, era intimamente convinto, e poco si poteva biasimarlo: i suoi genitori avevano passato i primi anni della sua vita a cercare, insistentemente, di scoprire in lui un qualche tipo di predisposizione all’occulto.

Prima avevano iniziato con la pranoterapia. Poi, sperando fosse un bambino indaco, l’avevano fatto analizzare da un team di psicologi (più o meno titolati), per individuare in lui uno dei fantomatici tratti distintivi. Niente, nessuna forma di iperattività, nessun deficit d’attenzione. Quindi erano passati ai corsi di meditazione, a quelli di sciamanesimo, a quelli di neo-sciamanesimo, a quelli di paleo-sciamanismo. Aveva addirittura iniziato delle lezioni con un vero Druido. Infine, come ultima spiaggia, avevano provato ad introdurlo alla telepatia, alla deprivazione sensoriale, alla metafonia e alla comunicazione extraterrestre.
Niente. Assolutamente nulla.

E non nel senso che, come si potrebbe ragionevolmente pensare, “non se ne potevano tastare gli effetti in modo chiaro ed evidente” e quindi avevano scartato l’ipotesi. No, i suoi genitori non ragionavano così. Avrebbero preso per buono un qualsiasi segnale, dicasi anche coincidenza, che avrebbe mai potuto manifestare. E invece niente: l’unica vera dote che possedeva, seppur del tutto indesiderata da parte loro, era quella di disinnescare qualsiasi tipo di fenomeno soprannaturale, occulto o inspiegabile con cui veniva a contatto. Forse, grazie al suo spiccato materialismo, manifestatosi sin da quando era piccolissimo, e per la sua tendenza a fare la domanda più scomoda possibile al santone di turno, tutte quelle attività si erano concluse con un clamoroso buco nell’acqua. Addirittura il druido che avevano assoldato per iniziarlo alla disciplina, dopo solo un mese di contatti con lui, decise di ritirarsi e chiudere la sua scuola druidica, in preda a una crisi mistica.

Infine, arresisi alla cruda realtà, da un giorno all’altro i suoi genitori persero completamente interesse in lui. Come una cavia su cui sono testati tutti i farmaci possibili, fu lasciato a sé stesso. Non che lo maltrattassero, semplicemente non gli dedicavano più la benché minima attenzione all’infuori degli obblighi quotidiani da genitore, come cucinare, portarlo a scuola o dal medico.

E così passava gran parte della sua giornata da solo, vivendo in quella stanza-magazzino che, modifica dopo modifica, aveva trasformato in una specie di base segreta. Con tutte quelle stramberie inutilizzate avrebbe potuto allestire una sorta di parco giochi, se solo avesse avuto un gruppetto di amici con cui condividerlo.

Purtroppo non era il solo a trovare strana la propria famiglia. La loro fama li precedeva, e gli altri bambini lo avevano sin da subito etichettato come “il figlio degli svitati”. A peggiorare la situazione c’era la sua dirompente e ossimorica razionalità, assai atipica per un ragazzino della sua età, che lo faceva apparire ancora più strambo. A sua volta, aveva lui stesso qualche difficoltà a mandar giù il modo di ragionare dei suoi coetanei.
Da giovanissimi, si tende spesso a fondere realtà e immaginazione, plasmandole e piegandole a proprio piacimento. Il confine tra le due è labile, e attraversarlo è un gioco a cui ai bambini piace giocare. Non che lui fosse sprovvisto di fantasia, ma per i suoi coetanei l’invenzione e la superstizione erano pane quotidiano, e la bugia era uno strumento di scalata sociale: è in quegli anni, infatti, che si impara a capire fino a che punto si può sospendere l’incredulità altrui e quanto si può romanzare la propria vita prima che diventi surreale agli occhi degli altri. E i bambini, si sa, sono tendenzialmente creduloni.
Lui invece no. Innamorato della verità, annusava l’odore di bugia ad un miglio, smontava il racconto più iperbolico in due domande e rovinava le storie più avvincenti sul nascere. In definitiva, rompeva le uova nel paniere a parecchi affabulatori suoi coetanei, e questo nel tempo lo escluse ancora di più dal gruppo.
Infine, si era ritrovato del tutto isolato.

Ciononostante, lui sentiva con chiarezza di stare dalla parte del giusto. Questo perché agiva sempre dando retta alla sua Coscienza razionale.

“La Coscienza è quella vocina nella tua testa che ti dice, nel profondo, qual è la cosa giusta da fare”. Questa frase, che gli aveva detto uno degli psicologi assoldati dai suoi genitori, gli era rimasta particolarmente impressa. Seppur l’incontro con quell’uomo si era rivelato infruttuoso, per lo meno dal loro punto di vista, ne era rimasto colpito a tal punto che la adottò da quel momento come un mantra… e in effetti era proprio così che funzionava, per lui. Un santone gli cercava di rifilare una filosofia posticcia? La voce della ragione lo aiutava a riconoscere l’inganno. Un bambino gli raccontava una bugia? Due domande ed era presto scoperta la falla nella sua storia.

Perso in questi pensieri, guardava il soffitto, sdraiato sul pavimento di quella stanza piena di cianfrusaglie.
Sentì l’impulso di alzarsi. Tutto quel vociare nell’altra stanza aveva stimolato in lui una certa curiosità.

Spiò dalla porta della stanza, socchiusa, che dava al salone.

Suo padre stava armeggiando, soddisfatto, con uno strano trabiccolo fatto di tubi e manopole. Si avvicinò lentamente ed egli, vedendolo, iniziò a parlargli:“Sai, con questo strumento è possibile creare un contatto con le entità extradimensionali provenienti da altri mondi!” gli disse. Era palese che non vedesse l’ora di trovare un interlocutore a cui raccontare del suo nuovo acquisto. Marco sollevò il sopracciglio destro, perplesso.
“Facendo passare della comune acqua all’interno di questa polvere meteoritica” continuò “è possibile estrarne le proprietà benefiche.”
“Questo fenomeno si chiama Memoria dell’Acqua: essa infatti ricorda tutto ciò con cui viene in contatto e ne conserva l’essenza più pura.”

Il ragazzo lo guardò con aria assente e disse:
“Quindi l’acqua memorizza tutto ciò con cui viene a contatto?”
“Esattamente, Marco! Straordinario, non trovi?”
“Quindi, durante il ciclo dell’acqua, in cui evapora dagli oceani e discende dai ghiacciai fino ad arrivare alle nostre case, l’acqua memorizza ciò con cui viene a contatto?”
“È possibile, sì!” rispose lui.
Prontamente, la sua coscienza gli suggerì la domanda giusta.
“E quindi ha memorizzato anche l’inquinamento, gli acidi, i detersivi e i liquami delle fognature con cui è venuto in contatto dall’inizio della storia umana ad oggi, giusto?”
Il padre rimase di sasso. Era logico. E, logicamente, lui reagì con orgoglio.
“Cosa ne sai tu di queste cose. Sparisci!” disse secco suo padre, che subito riprese a maneggiare con il trabiccolo, ignorando la sua presenza da quel momento in avanti. Ormai, però, l’incanto era rotto e, sotto sotto, anche lui sapeva che quell’oggetto sarebbe presto finito a far compagnia alla polvere, nello stanzone delle cianfrusaglie.

Il ragazzo si allontanò. Al solito, aveva sentimenti contrastanti. Sentiva di aver fatto bene a dire la verità. D’altra parte la reazione di suo padre l’aveva messo di cattivo umore.
Proprio non capiva come facessero le persone a vivere completamente in balia dell’irrazionalità e delle falsità che gli altri propinavano loro. Eppure bastava dar retta alla propria ragione. Erano tutto così… stupidi!
In quei momenti si sentiva unico, e questo lo rendeva orgoglioso e lo avviliva allo stesso tempo, perché sapeva benissimo di essere un comunissimo ragazzino come tutti gli altri, solo dotato di un po’ di sale in zucca.

Su questo, però, Marco si sbagliava di grosso.

La beffa, infatti, era che quel ragazzo, figlio di due persone così ossessionate dall’occulto, così distante da loro e messo da parte, era l’unico, autentico individuo che fosse realmente collegato con dei fenomeni soprannaturali.

“Hai detto qualcosa, Coscienza?” mi chiese il ragazzo.
“No, niente”, risposi io.
La voce della Coscienza, della Verità.
La voce che da sempre gli parlava nella testa.
La mia voce, quella dell’Onnipotente.

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