La forza della mente

Genoveffalettura di 4'

30 Marzo 2020 3 min di lettura

Genoveffalettura di 4'

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Ciao a tutti, sono Genoveffa. Sì, proprio quella Genoveffa. Perché, ne conoscete altre comunque? Genoveffa: è un nome talmente brutto che solo mia madre poteva sceglierlo immaginando che ne venisse fuori una bambina carina. Voglio dire, è un po’ come chiamare una Crudelia e pretendere che sia buona come il pane. Infatti io sono proprio una Genoveffa: bruttina, un corpo pesante e tozzo che sembra intagliato nel legno, capelli di un marroncino inutile e occhi di un marrone ancora più inutile.

Comunque: mi volevo prendere questo momento perché la storia che vi hanno raccontato non è proprio quella vera. O meglio: è vera, ma non racconta tutto. È una bugia bianca. Ci sono delle piccole omissioni – beh in realtà non così piccole – quindi vediamo di rimettere le cose a posto.

Partiamo dall’inizio: Cenerentola un angelo, papà vedovo povera vittima, matrigna – mia madre – tremenda, sorellastre non parliamone. Allora, di queste cose potrei dire che è verità solo quella su mamma, che effettivamente è una rompiballe di prima categoria. Ma diciamocelo: lei non lo voleva mica, il papà di Cenerentola, anche se le faceva la corte a tutto spiano. Stava benissimo anche da sola. Ce lo ha sempre detto: non mi serve un uomo per sentirmi completa. Ma poi è successo anche a lei: si è innamorata. Ora, io non ho niente contro l’amore, sia ben chiaro; però ecco, se l’amore arriva con una sorellastra acquisita in omaggio extra, forse ho un po’ il diritto di essere contro.

Con il nuovo matrimonio sono arrivate un sacco di cose: villa di lusso, gioielli, feste, lustrini e fiorellini a destra e a manca. Per la prima volta eravamo una famiglia, come dire, agiata; non lo eravamo mai state. Eravamo la tipica famiglia in cui io mettevo abitualmente i vestiti dismessi di Anastasia, e lei quelli di mamma. Ammetto di aver peccato di vanità, soprattutto all’inizio; ma era troppo bello vedere tutta quella fortuna che ci cascava addosso sotto forma di file di perle e abiti all’ultima moda. Tutti quei meravigliosi vestiti che amavo disegnare, sognando languidamente un futuro brillante, finalmente erano realtà. Con quelli indosso perfino nella mia tozza bruttezza potevo ritenermi quasi carina, o almeno riuscivo a risalire qualche gradino e rientrare nella media.

E poi, Cenerentola. Forse non la conoscete bene quanto me, quindi vi faccio un veloce ripassino. Una povera ragazza costretta a fare da serva a matrigna e sorellastre? Macché. Diciamo piuttosto una fissata con il pulito. Una rupofobica. Lei in quella ricchezza c’era nata e non le facevano più effetto il luccicare dei gioielli, il frusciare delle stoffe e il dolce profumo delle meringhe degli chef. La madre era una fissata col pulito e mi hanno detto che mai, nemmeno con il passare degli anni, aveva attenuato quella sua solida, linda, lucente ossessione. “Hai pettinato le frange del tappeto, Cenerentola?” Ora, io non dico che questa fobia fosse in qualche modo un problema ereditario. Ma che fossimo noi a obbligarla? Oh, questo è quello che le piace raccontare. Perché dovete sapere che Cenerentola è una perfetta smorfiosetta, abilissima nel recitare la parte dell’agnellino innocente. “Povera Cenerella!” Vi ricorda qualcosa? Ecco, quello era il suo modo di farsi apprezzare. Che poi lei i topini li detestava, vi sembrano forse animali accostabili al concetto di pulito?

E poi… il principe. Ah, il bellissimo, meraviglioso principe! Ha solo un difetto: è un uomo. E come tutti (quasi tutti, dai) gli uomini, è cascato in pieno nella trappola di Cenerentola. La verità è che al ballo avevamo un coprifuoco perché mamma, come dicevo, è una rompiballe. Ma invece di salutare a mezzanotte e prendere la carrozza insieme a noi, lei no; ha dovuto fare tutta ‘sta messinscena, perché avere il coprifuoco pareva da sfigati. E secondo voi quanta probabilità c’è che una signorina perda la sua scarpetta di cristallo, pagata chissà quanto, nel correre via dal ballo? (scusate, donata dalla sua fata madrina). Non si abbandona una scarpa, soprattutto un tacco 12, si sa; io sicuramente sarei corsa indietro a recuperarla. Comunque il trucco ha funzionat e alla grande direi. La poverella ha salvato faccia, piede, vita. Ha creato un gran bel casino nel paese, lei che non vuole assolutamente attirare l’attenzione, invece di presentarsi direttamente dal principe a reclamare la scarpetta si è crogiolata nel ruolo del “tesoro-dei-pirati”, quello che ha una grossa X rossa sopra, che sta immobile per secoli mentre intorno si scatenano guerre. Comunque alla fine ha raggiunto il suo scopo, e ne è uscita pure bene.

In realtà sono una bellissima coppia, e quando dico bellissima, intendo che esteticamente sono fantastici: sembrano proprio i personaggi delle favole, avvolti in quei tessuti meravigliosi. Non so di cosa parlino onestamente, ma penso che a loro basti bearsi della propria maestosa bellezza. Sembrano anche felici. Mi hanno detto che il palazzo non è mai stato così pulito.

Io, invece, un principe non l’ho trovato. Almeno per ora. Ma trovare l’anima gemella non è l’unico scopo della vita, no? E infatti io sono riuscita in un’altra impresa: realizzare un mio sogno. Aprire un negozio di scarpe. Specializzato in cristallo. E sapete quale è il nome del mio negozio?
“Da Genoveffa: scarpe infrangibili per tutti i sogni infranti”.

Un commento
  1. Ariel

    brava alla scrittrice, tra realtà e fantasia

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