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Generazione Pony Express (parte 3)lettura di 21'

21 Aprile 2020 14 min di lettura

Generazione Pony Express (parte 3)lettura di 21'

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Il cuore in mezzo al buio col ritmo di un motore. Fu proprio quel rumore ad allarmarmi tanto da farmi risvegliare col vento sulla guancia. In un attimo mi riattivai, temendo di aver lasciato la macchina accesa e sprecato preziosissima benzina e batteria. Ma non ero io col motore acceso. Lui era lì. Lì accanto a me. Il cuore mi salì in gola quando realizzai che era rimasto a guardarmi mentre dormivo. Lì dalla strada, l’Aleko si accorse del mio risveglio e cominciò a rombare. Tutte le domande che affollavano la mia mente si silenziarono con quel rumore. Girai la chiave e diedi gas senza neanche chiudere la portiera. Questa volta non riuscì neanche a toccarmi, passò semplicemente in mezzo all’erba e recuperò subito l’equilibrio con una derapata che neanche credevo possibile ad una velocità del genere. Sbattei sull’asfalto per quanto andavo veloce, così tanto da farmi perdere l’equilibrio. Ora non gli davo più il fianco come un cervo in punto di resa. Per la prima volta eravamo lì, faccia a faccia. Il suo braccio spuntò dal finestrino abbassato. Lentamente, si avvicinò alla carreggiata. Non potevo che ammirare l’atteggiamento… cavalleresco del mio punitore. Non aveva l’aria di un carnefice, da quella prospettiva ormai somigliava più a qualcos’altro. A un duellante. Si mise lì davanti a me, col bosco alle sue spalle ed il sole ormai quasi riacceso dal suo torpore. Non sapevo più ormai qual era la mia natura, il mio mondo. Sapevo solo che lui ed io non potevamo esistere nello stesso universo senza darci la caccia a vicenda. Un odio dalle origini perdute. Qualunque cosa fosse successa, persino se il mondo fosse bruciato, la strada sarebbe sempre stata troppo stretta per entrambi. I cambi scattarono e le gomme rosicchiarono l’asfalto. Procedemmo pronti ad uno scontro frontale, pronto all’impatto mi addossai al sedile. Fece ancora quella derapata, all’ultimo secondo, così rapida da apparire cineticamente impossibile. Eppure era lì e prima ancora che notassi la manovra abbassai la testa, notando l’ormai familiare gesto di un braccio alzato che punta con una pistola in mano. Misi a fondo l’acceleratore ed il testa coda mi fece salire il vomito in gola, considerando pure la mia totale assenza di visione. Regolandomi sul rombo del suo motore, tirai fuori la Tokarev e sparai alla cieca. Sentendo solo il suono dei miei colpi, tirai dritto con un ultimo strillo dei copertoni e chiusi gli occhi. Lo schianto contro la sua carrozzeria mi fece quasi spaccare il naso contro il volante. Nella disperazione… nella disperazione alzai la testa. E per la prima volta, lo guardai negli occhi. Soltanto un attimo. Uno tsunami infinitesimo di odio puro come il mio, poi di nuovo la canna di una pistola. Con Gosradin all’orizzonte, una cassa toracica di cemento svuotata dal tempo e dalla delusione, scostai l’Aleko e pigiai sull’acceleratore. Ora era di nuovo un inseguimento, uno di quelli col vento tra i capelli.

Le nostre auto erano quasi alla pari, la mia con un po’ di accelerazione in più. Ma dovevo essere comunque molto attento, non cullarmi troppo sul vantaggio. Poteva aver innestato delle modifiche qua e là mentre ero via. Ma soprattutto… come diavolo aveva fatto a ritrovarmi? Doveva essersi fermato da qualche parte, lui era lì. Proprio lì, accanto a me. Come se non se ne fosse mai andato. Perché lo aveva fatto? Perché mi aveva aspettato? Per essere arrivato fino a lì doveva sapere della sparatoria al benzinaio. E se lo sapeva o era passato a festa finita oppure era rimasto a guardare anche quando mi puntavano le pistole in faccia. A fare da spettatore, da giudice che designa un degno avversario, un test da superare. E ne avevo fin qui di essere messo alla prova. Il distacco tra noi cominciò a diminuire, quando la velocità massima contò più dell’accelerazione. L’Aleko cominciò a farsi strada, a manovrarsi gentilmente tra la fuliggine ed il bitume. In mezzo alla curva, si mise contromano per tagliarmi la strada e farmi sbandare. Ma questa volta non mi colse impreparato: la manovra si visualizzò nella mia mente, mentre diventava più grande e più vicino. Sempre più vicino. Quando arrivò quasi a toccarmi il baule diedi un forte colpo di freni che quasi mi fece volare la colonna vertebrale. E per la prima volta lo vidi perdere il controllo con i miei stessi occhi. La soddisfazione mi fece quasi sbandare contro il guardrail, ma riuscii a mantenermi stabile e veloce, mentre l’Aleko roteava in diversi testacoda finché le lamiere si sfondarono contro il palo di un divieto di sorpasso.

Per molti la corsa sarebbe finita lì, ma mentre ancora sognavo la fine di quell’incubo vidi dallo specchietto retrovisore l’Aleko che si riprendeva ed in un colpo di freno a mano tornava all’inseguimento. Rimasi a bocca spalancata, quel tizio non era solo bravo. Era sovrumano. Chiunque ci sarebbe rimasto stecchito o quantomeno incapacitato da un colpo del genere. Ma lui dopo un secondo aveva già girato la chiave, un automatismo predatorio. E il rombo del motore lo aveva inebriato del sapore della caccia. Il desidero del metallo scintillante, del corpo trasformato in un proiettile. La mia macchina sbandò su un paio di dossi e ciò fece sì che recuperasse qualche metro, che nelle mani di un pilota del genere poteva tranquillamente essere un preannuncio della fine della corsa. Ci ritrovammo entrambi stretti ad alta velocità sulla rampa d’accesso per l’autostrada, almeno quel breve pezzo che avrei percorso prima di uscire per Gosradin. In salita, come uno shuttle in partenza, il calore del motore sul bitume. Quando salii finalmente sul piano autostradale, ormai aveva più velocità di me e a breve mi avrebbe raggiunto. La strada desertificata dal mattino mi consentì d’infilarmi in una posizione centrale, a metà contromano, dove sarebbe stato più difficile nascondermi manovre di sorpresa. Senza nessuno, la strada piano piano continuò attraverso un ponte sopraelevato, poi una specie di tubo di plastica graffiata, quando le protezioni divennero necessarie. A quell’altezza, Gosradin si faceva sempre più vicina. I tubi autostradali ci proiettavano verso di lei in una rotta interstellare. Le luci dei fanali posteriori e degli abbaglianti sparati sulla carreggiata, ancora significative nonostante l’approssimarsi dell’alba. Come se stessi per essere ingoiato da un mostro, quella città vuota… e affamata. Sperai ad alta voce che riuscissi a mantenere le distanze almeno fino all’arrivo in città, ma la preghiera fu scaturita soltanto dall’impossibilità di tale evento. Quando stetti quasi per scendere sulla rampa d’uscita fui travolto alla mia destra e non potei fare altro che prepararmi all’impatto. Le nostre auto collisero, i nostri corpi si spalleggiarono per allargarsi sulla corsia ed assottigliare l’altro. Senza pensare subito estrassi la Tokarev, puntandola alla mia destra senza nemmeno abbassare il finestrino. Lui era lì, a fissarmi dietro quei vetri che oscuravano all’uno la vista dell’altro. Ad altissima velocità, forti turbolenze, sapevamo comunque che ognuno di noi stava con la canna della pistola rivolta verso il finestrino. Quello stallo, tuttavia, non durò a lungo. Presi dal duello non ci accorgemmo che la rampa curvava improvvisamente ad U. Ed il tunnel, ormai, non era più necessario. Distruggemmo entrambi il guardrail con un impatto che doveva essere sicuramente riverberato tra i palazzi vuoti di Gosradin. Il nostro volo ci separò nuovamente, com’ebbi modo di constatare prima di vedere il mondo girare. Roteai in un turbine confusionario di colori, per un attimo le lancette di benzina e temperatura saettarono schiavizzate dalla gravità. Poi l’impatto con dei vetri, un fortissimo scossone che pervase il mio corpo mandandolo in standby.

La vista s’annebbiò, non so per quanto tempo rimasi lì mezzo morto tra le lamiere. Era già un miracolo che non lo fossi completamente, morto. La prima cosa che feci fu accertarmi che lui non fosse lì con me. Tanto per cominciare, notai che non potevo accertarmi proprio di un bel niente. Mi trovavo all’interno di un supermercato abbandonato da anni. Gli scaffali vuoti, ancora sufficientemente verniciati di verde da poter ricordare i prodotti biologici (o quasi) esposti e smerciati alla clientela. Cosa ancora più importante, non ero in alcun modo in grado di camminare, figuriamoci di correre. Questo era un gran bel problema. Ogni movimento mi procurava una fitta di dolore infernale, soltanto la paura di rivelarmi a chiunque fosse lì fuori mi impediva di urlare a squarciagola come un gorilla abbattuto. E proprio lì, con una gamba sporgente dal parabrezza fracassato, un continuo mugugno di dolore rauco aggrappato alla laringe, la cintura di sicurezza completamente sbrindellata, mi ricordai di aver bisogno di una dose. La necessità di oppiacei fu talmente forte da farmi alzare, un moto disconnesso dal cervello che restava incurante di ogni dolore. Pensai di muovermi verso una farmacia, magari lì era rimasto qualcosa. Magari non era ancora scaduto. Mi lasciai cadere dall’auto, sopportando l’atteso riscontro gravitazionale. Ciò che mi sorprese fu come, senza averci pensato prima, non riuscissi a tirarmi su. Dovetti aggrapparmi ad uno degli scaffali, poi issarmi con un’atroce fitta alle gambe. Mi trascinai, poggiando una mano dopo l’altra sul metallo incrinato, facendo scricchiolare i vetri sotto di me. Quando vidi che non era rimasto niente, neanche un’aspirina, si sollevò un rauco e angosciato respiro animalesco. Non avevo molte speranze, ma ero comunque rimasto piuttosto deluso. Mi voltai, sulla vuota vetrata che avevo squarciato con l’automobile c’erano i miei genitori che mi fissavano indignati con degli occhi collirci. No, no… fa troppo male… ricordare. Da qualche parte sentii il ronzio di un motore lontano, poi il pianto di un bambino. Non sapevo più cosa fosse reale, ma immaginazione o meno quel suono di una macchina m’impanicò abbastanza da farmi muovere verso l’uscita. Scavalcai la vetrata infrante con occhio vigile e diedi una rapida occhiata alla zona. Lui non c’era. Guardai in alto e il guardrail era rimasto a testimonianza dell’onda d’urto, ma lui si era come volatilizzato. Era impossibile che fosse rimasto indenne ad un impatto simile. Eppure, non una traccia di pneumatici, non una carcassa di metallo. Come se per tutto questo tempo fosse stato un frammento d’immaginazione. Come quelle voci che mi sussurravano incoerentemente nella testa, sommerse in qualche respiro metallico. Mi trascinai appoggiato al muro, costringendomi a fare un passo alla volta. Lungo i marciapiedi, ogni tanto, la carcassa di un’auto abbandonata dal suo padrone. Potevi visualizzare tutte quelle gite di famiglia mai fatte. E forse era meglio così, meglio non vivere con troppe speranze. Tra le vetrate non era rimasta neanche un’insegna. Soltanto dalla forma degli scaffali, dalla ristrettezza del locale potevi cercare d’intuire quali fossero i prodotti in esposizione. Erano rimaste solo quelle, suggestioni d’una vita passata. Man mano che mi avvicinavo alla zona centrale, una musica coprì la voce degli abitanti. Doveva essere il ragazzo, aveva detto volume a palla o qualcosa del genere. Udii ancora un motore, in mezzo al postpunk, questa volta con uno spostamento d’aria. M’accucciai in un vicolo, dietro ad un cesto della spazzatura appartenuto al locale a luci rosse lì accanto. Vidi la macchina con la coda dell’occhio, sembrò più chiara del solito. Sentii il motore allontanarsi. Aspettai un po’ prima di muovermi, per accertarmi che non fosse una trappola. Mi aggirai così, tra un vicolo e l’altro. I palazzi sempre meno derelitti, man mano che la musica aumentava di volume. Avrei voluto urlare al ragazzo di toglierla, di non rivelare la sua posizione. Col cuore in gola, continuai a zoppicare. Arrivato in un piazzale, superai quel pontile dove una volta passava la ferrovia. Quella che avrebbe collegato la città con la siderurgica e poi col confine. Un altro sogno comunista andato in frantumi, ricoperto dai graffiti. Proprio come Prypiat, non molto tempo fa. Nella piazzola, giochi per bambini come un dondolo. Più o meno nella stessa posizione di un chiostro in un cortile medievale. Tutti quei bambini che giocavano, le loro risate e le loro grida finalmente spente. Finalmente in pace. Sta sempre in camera, l’ho trovato così già a letto da quando si è svegliato. Mi ha detto che a scuola lo prendono in giro. Ma lui non riesce a trovare nulla, nulla che gli piaccia. Neanche un argomento di conversazione, proprio, non gli riesce. Non è che non gli riesce, è che proprio non ha alcun interesse. Forse dobbiamo smetterla di gridare, non gli fa bene sentirti urlare. Dai la colpa a me adesso? No, no, no, no, smettetela. Basta, basta, basta, fa troppo male. Fa troppo male… ricordare.

La musica si spense d’improvviso ed io mi ritrovai sulla via centrale. I vicinati stalinisti lasciarono spazio ad un grande complesso di uffici. Altissimi, sicuramente tra i primi che dall’autostrada spuntavano all’orizzonte. Il sole ormai sorto si rispecchiò sui vetri di un pontile chiuso che legava le due torri più grandi. Un cartellone pubblicitario butterato dalla lebbra temporale. E il viale che piano piano diventava una salita, verso l’uscita autostradale al lato opposto. Luci spente sui semafori e i lampioni. Non un vicolo o una copertura in cui nascondersi, tutto era un campo aperto. Da lì, per fortuna, mi ricordavo la posizione dell’officina: quando ci siamo passati all’andata il ragazzo me l’aveva indicata con un sorriso e il pollice alzato. Con un mare di dubbi, decisi di fare uno sprint finale ed entrai nel vasto campo centrale. Cinema, uffici, negozi, tutt’attorno era una vecchia speranza lontana. Era per questo che lui ed io c’eravamo schiantati sul guardrail? Era davvero questo il mondo che avremmo ereditato? Guardatelo ora, il giardino dell’Eden. Con un sorriso inopportuno stampato in faccia pensai che sì, questo era ciò per cui valeva la pena morire sulla strada. Lo spazio vuoto su cui costruire. L’architettura parassitaria, i cinema trasformati in templi e abitazioni tra i cubicoli di qualche azienda pubblicitaria. Le comunicazioni reiterate sui canali miliziani, il sogno di Tesle delirante e realizzato. Sì, per questo ed altro dico sì. Lo rifarei tutto da capo. Mi voltai di scatto, una macchina della polizia dall’altra parte della strada. Mi vide e pigiò sull’acceleratore, senza sirene. Ormai ero quasi alla fine, ma ancora in piena vista. Aumentai pateticamente il passo, mentre venivo raggiunto in una manciata di secondi. Prima che mi mettesse sotto, riuscii a infilarmi in un vicolo e per poco la macchina non si schiantò sul cemento armato. Strisciai lungo le pareti con la forza dell’adrenalina, vedendo un paio di baffetti familiari spuntare dalla macchina e gridare: “Era ora che crepassi, Cristo!” Questa volta non avevo una pistola con cui rispondere al fuoco e appena vidi il moto dell’estrazione mi gettai nello svincolo più vicino. Uscii da quel labirinto, sapendo che mi avrebbero battuto in velocità, ma nella piazzetta in cui mi ritrovai non avevo idea di come uscire da quella situazione. Voltandomi in giro, nel panico, vidi uno di quegli ammassi di spazzatura e roba vecchia spesso abbandonati negli angoli della strada. Questo mi sarebbe stato utile, anche se molto instabile. Presi a piene mani la montagna di ferri vecchi e viscidume, tentando di non respirare. Quando vidi che la montagna di frigoriferi e soprammobili stava per crollare, gettai tutto con un’ultima spinta verso l’uscita del vicolo. Vidi uno di quelli al benzinaio, con la faccia bruciacchiata, puntarmi addosso la pistola con un ghigno. Ma nella foga del momento non si rese conto delle tonnellate in caduta libera che gli fracassarono il cranio. Dietro quel muro fu urlata un’imprecazione. Un susseguirsi di respiri pesanti e poi la voce che diceva: “Torniamo alla macchina” e poi urlando “Tanto poi ti ammazziamo, hai capito figlio di puttana?”

Tirai tra le lacrime una grossa boccata d’aria, dopo qualche secondo così mi resi conto di essere arrivato finalmente a destinazione. Attraversai la strada e dopo qualche vecchio prefabbricato mi ritrovai finalmente nel piazzale giusto, quello con il benzinaio al centro. La polvere si sollevò insieme alla saracinesca ed il ragazzo apparì. La mia Riva era cristallina. “Mi era sembrato di sentire qualcuno e ho spento la radio” stava tremando. L’officina era esattamente come l’aveva descritta. Piccola e… stranamente accogliente. Lo spazio non era un granché e gli attrezzi in certi punti t’impedivano di passare. Non sapevo quanto avesse mano sul motore, ma la riverniciatura era coi controfiocchi. Persino specchietto e fanale sembravano quelli di fabbrica. A colpo d’occhio, sulla strada, un miliziano non avrebbe avuto nulla da ridire. In mezzo ai tavoli con chiavi inglesi ordinate per grandezza e rotelle dalle funzionalità enigmatiche, salii in macchina con un pizzico di gioia nel cuore. Dal finestrino, il ragazzo mi passò le chiavi e disse: “A te l’onore”. Girai la chiave e l’edificio intero vibrò di una tonalità soddisfacente, come un vecchio che si schiarisce la gola. Per la prima volta, dopo un tempo che non riuscivo più a ricordare, ero di nuovo libero. E mi piaceva pensare che anche il ragazzo lo fosse. Le tappe sulla mappa, le taniche di gasolio, le pillole ingerite e i turni di lavoro. Era quasi… come se tutto finalmente avesse avuto senso. Il ragazzo sorrise e diede una pacca sul tettuccio dicendo: “Siamo in paro?” Annuii: “Molto più che in paro” e sorrisi “adesso monta, arriveranno qui da…” un momento all’altro. Era finita. Con una derapata, la macchina della polizia si mise di fronte a noi. Con un affanno insopportabile, i due rimasti uscirono e fiancheggiarono i rispettivi fianchi della macchina. Le armi puntate addosso, bloccati nell’entrata dell’officina. Sapevo che, senza armi, la mia corsa era finita. “Saremmo passati oltre” disse il capo “se solo tu non fossi stato così spericolato al volante.” Caricò e mi sentii fortunato di aver vissuto l’ultimo giorno come uomo libero, mi spiacque per il ragazzo. “Hai distrutto la mia povera macchina, ora se non ti dispiace mi prendo la tua…” la parte finale dovetti intuirla, più che sentirla. Con un urto che fece gridare e balzare indietro il ragazzo, l’Aleko si schiantò sul fianco della volante. Il tizio che mi stava per sparare in faccia fu divorato dalle lamiere e l’altro fu schiacciato sotto il peso degli pneumatici finché non gli spaccarono la gola. Avevo le mani come a proteggermi da un impatto, ma fu un riflesso involontario e lentamente le abbassai. Mi aveva… ci aveva salvato tutti e due, ancora non potevo crederci. Neanche mentre l’Aleko fece retromarcia, liberandosi di qualche resto umano attaccato fin sul radiatore. “E quello chi cazzo è?” Sussurrò il ragazzo, terrorizzato da suo stesso salvatore. L’Aleko si scostò, lasciandoci finalmente l’uscita libera. Fiancheggiò l’officina, lasciando alzato il finestrino impolverato, poi partì. “Un bambino vestito da cowboy” risposi al ragazzo. Un bambino con troppa voglia di giocare per lasciare a un paio di adulti di rovinargli il divertimento.

Sull’autostrada, poco dopo la frontiera, c’era la fermata per la navetta di Novgorod. Era lì, davanti a un autogrill. Lasciai la Riva nel parcheggio e attesi l’autobus col ragazzo. Aveva ancora la faccia mesta, gli avevo comprato il biglietto e dato quasi metà dei miei risparmi. Quando mi chiese cosa avrei fatto scossi semplicemente la testa. Ora il collo andava un po’ meglio, ma avevo fatto guidare il ragazzo per quasi tutta la strada. Cambiammo al volante solo quando lo vidi tremare. “Usali per cominciare” gli dissi sentendo il motore mastodontico avviarsi “e se avrai altre difficoltà ricorda di tenerne da parte un po’ per un altro biglietto”. Mi abbracciò, ma ebbi la forza di circondarlo solo con un braccio. “Ovunque tu stia andando” fece “ricorda che da qualche parte in Bielorussia hai un meccanico gratis”. Salì sulla navetta, si girò e prima di entrare disse: “Magari trovo l’amore a Novgorod” e mi fece ridere un po’. Si sedette al posto suo e dopo qualche secondo, quando l’autobus partì, si addormentò. Seguii il mezzo con lo sguardo, lo vidi andare via lontano e scomparire. Lo vidi anche quando si fermò, prima di uscire dalla piazzola, per lasciare passare un’Aleko che stava andando a parcheggiare. Era in condizioni pietose, ma almeno non si vedevano resti di carne umana. Decisi di prendermi qualcosa di dolce. Il caffè tremava nella mia mano, la crostata l’avevo divorata in un paio di morsi. C’era zucchero, molto più di quanto fosse salutare. Ormai avevo addirittura superato il confine, non sapevo neanche dove sarei andato per quanto poco sperassi di arrivare fino a lì. Un po’ più su ed i punti sulla mappa si sarebbero diffusi a rateo virale. Magari a Vilnius avrei potuto vedere quella chiesa di cui parlavano tanto e poi dopo, chissà… Leningrado. Lavori da accettare, motori da riparare… l’Unione Sovietica intera non aveva che da mostrarmi i suoi frutti. Poi la camicia a quadri, quella un po’ da falegname, s’intromise nella mia visuale periferica riportandomi dritto in Bielorussia, sulla frontiera con la Repubblica Socialista Ucraina. Rimase così in silenzio, cercai di concentrarmi sul caffè sovrapprezzato e sovrazuccherato. “Scusami per lo specchietto” finalmente mi voltai. Aveva una capigliatura marziale, quasi da cadetto. Fuori luogo, rispetto a quello che sapeva fare sulla strada. Prese un bicchierino e se lo scolò tutto d’un fiato: “Nasdrovie” disse e gli risposi con un debole cenno. Poggiò i gomiti sul bancone: con le mani chiuse a pugno su se stesse: “Mi sei piaciuto, con quel ragazzo. Sai, inizialmente non era quello il piano, ma tu sei stato… notevole. Mi ricordi un agente con cui pattugliavo un annetto fa. Beh, ora è tutto andato a puttane, ma…” non continuò, era piuttosto irritato dal mio silenzio. Allora gli chiesi: “Perché sei qui?” I nostri sguardi tradivano intenzioni poco benevole. Storse la bocca: “Non sono armato” “Neanch’io” “Allora puoi smetterla di comportarti come se avessi un pezzo di ferro infilato nelle mutande”. Quell’incontro diplomatico stava andando molto a puttane e molto velocemente. Era chiaro che non fosse venuto a incontrarmi solo per prendermi per il culo, ma i termini dell’accordo non erano per niente chiari. Lui era stato per me il punitore, il nemico. Ingoiai l’orgoglio e dissi: “Se vuoi proporre una tregua devi essere chiaro. Hai aspettato che se ne andasse il ragazzo? Vuoi terminare la questione faccia a faccia?” Sorrise. E questo mi fece parecchio incazzare: “Tu non hai proprio un cazzo da ridere, hai capito? Hai cominciato tu questo casino quando ti sei messo il tuo costumino da tenente Bullit, perché lo hai fatto?” “Le ragioni per cui ho perso il lavoro e sto per perdere mia moglie non sono in alcun universo affari tuoi. PUO’ BASTARE?” La sua voce s’ingrosso sul finale, attirando l’attenzione di un paio di viandanti. Dopo qualche secondo, a bassa voce, disse: “Tu potevi chiamare la milizia quando ti pareva. E invece” puntò l’indice sul bancone, scandendo le parole “non lo hai fatto. Hai capito? Non lo hai fatto, quindi devi tappare quella fogna perché non sarò giudicato dalla versione ‘sono biondo e tossico ’ di Viktor Tsoi. E ti dirò anche perché non lo hai fatto: quella macchina l’hai rubata, forse dai tuoi stessi datori di lavoro. E anche se il ragazzo ti ha riverniciato il logo, mi ricordo perfettamente com’era fatta quella Lada.”

All’improvviso mi fece male il collo. Il misto della frustrazione e delle ultime giornate mi fece sollevare la testa e chiudere gli occhi. Entrai in un piccolo stato meditativo: “Stavano per mettere i gps”. Lo sentii muoversi e chiedere: “Cosa?” Riaprii gli occhi e tornai a sorseggiare il caffè: “Vedi, se non lo avessero mai fatto… se non avessero mai messo segnalatori per evitare che cose come quelle successe ieri… beh, non accadessero… probabilmente sarei rimasto lì. Avrei guardato fuori dalla finestra e avrei detto ‘oggi no, domani andrò con calma dopo aver risparmiato un altro po’’. Sarei rimasto lì a sognare un viaggio come quello che sto compiendo ora. Avrei sognato finché non avrei più avuto ossigeno nei polmoni, senza mai svegliarmi. Ma poi… il capo è entrato in pompa magna ed ha annunciato l’installazione dei nuovi sistemi di sicurezza davanti a tutti i clienti. E c’è stato un applauso, ci sono stati sorrisi… ”. La mia voce ormai era smorta. Ancora me, fatto ancora più triste, li mio più grande nemico era l’unica persona con cui riuscivo ancora a parlare. “Ho detto… se non me ne vado domani, non me ne andrò mai più… è così ho fatto”. Lì si concluse la mia parte in quella storia. Ci fu qualche secondo di pausa, poi sentii lo sgabello spostarsi. Dei soldi sul bancone, erano di più di quelli che servivano per un bicchierino. La sua macchina era già rivolta verso il confine ucraino, ma quando sentii tintinnare il campanello della porta d’entrata ebbi il tempo di chiedergli : “E tu? Perché lo hai fatto?” Lui si voltò, il gomito appoggiato sullo stipite della porta. Mi sorrise e rispose semplicemente: “Perché mi hai fatto arrabiare”.

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