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Generazione Pony Express (parte 2)lettura di 23'

17 Aprile 2020 15 min di lettura

Generazione Pony Express (parte 2)lettura di 23'

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“Ti avevo detto di non mancarmi di rispetto!” Quella macchina mi aveva rimesso in riga. Proprio come quei tre in fondo stavano rimettendo in riga quel ragazzo. In un gesto di cortesia, mi avvicinai al bancone con i piatti sporchi da lavare. Guardai i due che lo tenevano fermo e l’altro che gli macchiava di sangue la maglietta di una pizzeria locale. Gesù, quello potevo essere io. A pensarci bene, lo sono stato. Lo sono sempre stato, l’ultima volta non molto tempo prima… quando sono volato in un fosso. Quell’ultimo pensiero mi fece arrabbiare. Lanciai quei piatti sul tizio con le mani libere, fracassandoglieli in testa. Poi, quando gli altri realizzarono cosa stesse succedendo, tirai indietro il braccio raccogliendo la bottiglia sul bancone senza mai staccare lo sguardo di dosso a quei due. E colpii quello a destra del ragazzo bloccato, con un colpo alla tempia che risuonò tra le cave della memoria: un solo grido di rivendicazione. Sentii delle braccia immobilizzarmi e in quel momento mi maledissi per aver dimenticato la Tokarev in macchina. Tirai un calcio a vuoto, ma riuscii solo a rallentarli rovesciando il tavolo. Sentii i colpi raggiungermi gli organi interni per quanto ripieni e furiosi erano diventati. “Ma questo chi cazzo è?” Sentii dietro di me. Con una gomitata riuscii a liberarmi dalla presa e senza riflettere mi voltai. Poco pensai al tizio alle mie spalle, che fino a un attimo prima mi aveva tempestato di pugni. L’ira purtroppo gioca brutti scherzi. Ma il colpo che mi aspettavo sulla nuca non arrivò mai. Sentii invece un suono metallico ed un tonfo dietro di me, mentre mi occupavo di quello che stava parlando col ragazzo delle pizze. Il capo della combriccola, supposi: doveva essere lui, il modo in cui minacciava e colpiva mentre gli altri gli rendevano comodo il travaglio. Ho sempre odiato quelli come lui. Era la prima volta che mi ritrovavo in una situazione del genere, con una tale feccia. Godetti di ogni colpo, persino di quelli che avevo subito. Erano testimonianze, sigilli che giustificavano le mie azioni. Marchi di implacabilità. La trance finì solo quando mi chiesi dov’era finito l’altro tipo, il suono poltiglioso tra le nocche aiutò certamente a tirarmene fuori. Come me, il ragazzo delle pizze stava su uno di loro, mentre il terzo era stato messo KO dalla mia bottigliata. Beh, suppongo che non ci volle molto a fare quel macello… dopo quello che avevo vissuto sulla strada. Per tutta la vita ho strisciato lungo le pareti evitando i corridoi che appartenevano a quelli come loro. È vero, da quando sei piccolo ti hanno detto di scappare… e come dargli torto. Ma giuro, da dove mi trovavo il panorama era di una bellezza che apriva la mente. Una nuova prospettiva, dove non evitavi le strade che non ti appartenevano, ma le riconquistavi. Per la prima volta in vita tua. Se un giorno lo avessi visto in faccia, quel tipo che mi ha buttato fuori strada, lo avrei dovuto ringraziare.

“Basta! Basta!” Fece il ragazzo con tono esausto “lo stai ammazzando”. In effetti buttava sangue a fiotti dalla bocca. Non ero sicuro che sarebbe sopravvissuto, anche risparmiandolo. Ma lui avrebbe fatto la stessa cosa per me? Rimasi a riflettere, in contemplazione di quel castigo divino. Non sembrava più in grado di nuocere nessuno, riverso a terra in quel modo. Decisi che sarebbe bastata come lezione. “Andiamocene” mi tirò su per la spalla e uscii dalla tavola calda con lo sguardo incollato sulla mia opera, stesa sul pavimento con un’armonia rinascimentale. Posai il conto sul bancone e fummo fuori. Quando vidi il ragazzo guardarsi attorno con aria dispersa, come se stesse per correre in una direzione a caso, gli dissi semplicemente: “Ho una macchina”.

La portiera si chiuse e il ragazzo batté sul cruscotto con foga: “Via! Via! Via!” Le ruote stridettero minacciose portandosi addietro una scia di fumo. Giusto per avere un qualche briciolo di meta, cercai l’uscita dall’altra parte della città. All’inizio la velocità fu così assordante da deformare l’aria passando per i vicoli, non c’era un singolo incrocio dove non temessi di dover inchiodare. Dopo qualche minuto, ricominciai a tenere un’andatura stabile: tanto per cominciare, la macchina era già abbastanza ridotta uno schifo di suo e non volevo ulteriormente attirare l’attenzione delle milizie. E poi il ragazzo stava per avere un infarto a furia di volgarità. Quando riprendemmo un ritmo regolare si girò e mi guardò con paura e frenesia: “Ma tu chi cazzo sei?” Non gli risposi “anzi, non dire niente. Ho la sensazione che l’ignoranza mi salverà la pelle”. Mi limitai ai fatti: “La buona notizia è che non sanno che abbiamo una macchina. La cattiva… beh, la vedi e la senti da te”. Una piccola preghiera interiore sorgeva dal fegato ogni volta che sentivo qualche cigolio di troppo. “Sai dove posso trovare un’officina? Di quelle discrete, magari”. Lui metabolizzò la mia richiesta e dopo qualche secondo sbuffò una risata: “Per quello che hai fatto? Te la riparo io la macchina”. Sorrise, ma un peso s’impadronì della sua voce: “O almeno… lo farei”. Inarcai un sopracciglio: “Problemi?” Annuì lentamente. “Più di uno… non saprei neanche da dove cominciare”. Si zittì rassettando i suoi pensieri. Lo lasciai così per un po’, nascondendo l’impazienza. Quello di cui avevamo bisogno era un rifugio, un centro di riparazione auto ed una copertura. La milizia, quei tre alla tavola calda, i miei datori di lavoro e quella macchina sull’autostrada. Tutti lanciati al mio inseguimento.

“Quel tizio che hai quasi ucciso lì dentro” cominciò stanco “non so neanche contare fino al numero di soldi che gli dovevo. O meglio, che dovevo al tizio per cui lavorava. Mi sono messo a fare il commesso al benzinaio, poi ho cominciato a consegnare le pizze perché con un lavoro solo col cazzo che riuscivo a pagare l’affitto. Il primo debito lo accumulai per la moto”. Si zittì d’un tratto e mi guardò come se lo stessi giudicando. “Non volevo cominciare questa storia, ma se non l’avessi fatto il padrone di casa mi avrebbe gettato per strada senza la garanzia e tutto il resto. Non c’è niente da fare, comunque la vedi è un’infinita presa per il culo”. “Amen, fratello”. L’aria assorta scomparì: “Il motore te lo aggiusterei senza problemi, amico, ma due cose stanno nel mezzo: la prima è che dobbiamo allontanarci il più possibile dalla città, la seconda è che stasera ho il turno di notte dal benzinaio. Cazzo, dovevo essere già lì per i preparativi”. Il pomeriggio, in effetti, cominciava a consumarsi . In un primo momento stavo per chiedergli come cavolo facesse a pensare al lavoro in una situazione del genere. Mi chiesi cosa avrei fatto al posto suo, dove sarei andato. Avrei potuto essere quel ragazzo. Chissà, magari facevo ancora in tempo a diventarci. Non che ci volesse molto, nel mondo in cui vivevamo. Bastava non raggiungere la cima di una lista, in un periodo poco fortunato. Le facce dei datori di lavoro incollate sui registri, su numeri verdi e rossi che intimavano il sacrificio dei dipendenti. Se solo non godessero della loro sofferenza, li paragoneresti a dei novelli Abrami. “Sei da solo al turno di notte?” annuì “allora posso fartelo io, ma quando sarà finito quella macchina dovrà essere tirata a lucido”. Il ragazzo non riuscì a contenersi: “Cosa?” Rise, perché era la prima buona notizia della giornata “Cristo, è perfetto! Ivan dovrebbe aver già lasciato il posto, potremmo andarci sin da subito. È un po’ fuorimano, ci vorrà almeno un’oretta… forse un po’ meno se dai gas. Se hai una mappa posso farti vedere… ” “No, fermo!”  Ma ormai aveva tirato giù il vano portaoggetti e la Tokarev si puntò da sola contro di lui, come posseduta da uno spirito demoniaco. E chissà che non lo fosse per davvero, considerando il suo proprietario. “Questa la rimettiamo a posto” fece sfilando la mappa da sotto la pistola.

Quando vidi la strada da percorrere per arrivare al suo posto di lavoro non potevo credere alle ore ai chilometri ed alle eventuali bufere passate sulle due ruote in nome del merdosissimo minimo sindacale. A volte neanche quello. Dovemmo uscire non solo dalla città, ma anche dalla periferia di Gosradin, una città fantasma che costeggiava la ferrovia. Arrivammo a destinazione quando ormai il sole stava per lasciare il suo posto di lavoro. Nessuno sulla strada. Né al benzinaio dove solo il cartello di chiusura sulla porta a vetri stava a darci il benvenuto. Il ragazzo diede un’occhiata dentro, con la mano sulla fronte e la faccia attaccata alla polvere del vetro. Eravamo da soli. Con un mormorio di autoconvincimento, tirò fuori le chiavi ed aprì la porta. Il locale era stato usato da poco, anche se le apparenze avrebbero ingannato. Ad uno sguardo attento sarebbe balzata subito all’occhio la porta sul retro lasciata svogliatamente aperta a fine giornata lavorativa. Le cose non andavano un granché, a giudicare dagli scaffali semivuoti. Le buste di caramelle e patatine scintillanti stavano sicuramente lì a sbrilluccicare almeno dalla buona parte di un anno. I frigo, grazie al buon Bog, non erano ancora stati spenti, ulteriore segno di attività. Le birre andavano per la maggiore, come del resto era intuibile. La cosa non era rassicurante, considerando che ci trovavamo in mezzo alla statale. Ma neanche la condanna eterna ha mai impedito ai trafugatori di tombe di fare il loro lavoro, perché quella di un incidente avrebbe dovuto fermare un alcolista? Io stesso avevo provato quella sensazione, un paio di volte. Giusto per vedere cosa si provava. Finché non ti scolavi un ammontare alcolico che avrebbe steso un cammello, ogni semaforo ed ogni lampione assumeva una rilevanza intrascurabile. La scia luminosa ti seguiva oltre i lobi parietali, mentre le strisce bianche tratteggiate in mezzo alla corsia scivolavano sotto la macchina, massaggiandoti la schiena. Restai da solo, con i rumori metallici provenienti dal retro alla ricerca di un qualche attrezzo. A questo giro non avevo dimenticato niente d’importante: nascosi le pillole e la pistola sotto il bancone, dietro il gossip e la pornografia. Macchie rapprese, in mezzo agli infissi. Le luci si accesero bianche con uno scatto e dopo un attimo il ragazzo ripuntò con un borsone dall’aria pesante. “Allora, dovrei tornare a Gosradin in una mezz’oretta. Lì sta quel garage di cui ti parlavo, dove potrò lavorare in santa pace: apparecchiature, radio a tutto volume e staremo una favola. Tu pensa a tenerti occupato, no hai idea di quanto può passare lentamente il tempo qui dentro: passa la scopa nella zona clienti, rassetta sul retro e se hai lo stomaco forte cerca di fare una passata in bagno. Non lo dico per togliermi le fatiche, eh, ti sto dando un consiglio” e alzò le spalle con un sorriso. Gli cedetti le chiavi della Lada. “Ma chi te la fa fare…” non capii se mi stessi riferendo alla macchina o a tutto il resto. Mi rispose semplicemente: “Siamo arrivati fino a qui, possiamo ancora macinare qualche chilometro”.

Il ragazzo non era molto più piccolo di me, ma qualcosa in lui era rimasto intoccato. Forse era l’esperienza muova a non strappargli il sorriso di dosso o una speranza rinnovata dall’aver pestato a sangue i suoi carnefici. Oppure, in qualche modo, gli avevo dato uno scopo, una missione da compiere attraverso una sua passione. Difficile trovare uno scopo di questi tempi, tra una fila di documenti e l’altra. Beato lui, pensai mentre si allontanava. Mi guardai in giro, le stelle cominciarono a levarsi. La strada prometteva una bassa clientela e una buona serata di meditazione. Sollevai il timbro con la firma del ragazzo, a testimonianza della sua apparizione durante il suo turno di lavoro. Mi chiesi cosa diavolo ci guadagnasse il suo capo a fargli fare un turno estenuante come quello. Sapevano a prescindere che dopo un numero di ore il cervello disconnette, eppure lo facevano comunque. Ti intimavano di restare al tuo posto, con promesse di stabilità e sicurezza che tardavano a venire. Così come in passato dicevano di riferire all’autorità vigente gli atteggiamenti sospetti e le ingiustizie che ti capitava di osservare. E se lo avessi fatto saresti stato protetto, se solamente avessi sacrificato un briciolo della tua libertà. E poi gli avvisi arrivavano, si accumulavano sulla scrivania. E tu hai pagato amaro i prezzi di spedizione, gli avvisi giunti ad un ufficio a cui non avevi pensato potessero arrivare. E con la faccia livida mi cominciai a chiedere: per chi la sacrifico, questa libertà? Dov’è finita quella sicurezza di cui tanto parlavano? Ormai mi sarebbe bastato anche rimanere lì, non c’era più bisogno che il ragazzo ritornasse. Se non fosse passato neanche un cliente occasionale, se neanche un fanalino avesse illuminato la corsia… allora forse sarei stato felice. Anche se la notte non fosse mai finita sarei rimasto insieme alle riviste e all’alone bianco sopra i distributori di benzina. In sola compagnia di quel silenzio, in sottofondo all’incessante ronzio neon. E forse ad una figura, in piedi dietro la porta del bagno.

Il campanello mi portò di nuovo sulla Terra, quando la notte ormai aveva preso il sopravvento. Una ragazza in maglia rossa mise i soldi sul bancone e disse: “Il pieno”. Annuii e dopo una rapida occhiata alla finestra sbloccai l’apposita pompa. Mi ci sarebbe voluto un bel po’ prima di tornare in uno stato di trance come quello che era appena finito. E non guardai nemmeno l’orologio appeso all’ingresso, il mio cronometro biologico sentiva che il turno sarebbe finito tra un bel pezzo e fissare le lancette non avrebbe fatto altro che spazientirmi. Decisi di seguire quei consigli che aveva fissato su un post-it e mi misi all’opera. Non ci misi molto a trovare la scopa, il che sembrò controintuitivo. C’era un casino nel retro che in certi punti manco ci riuscivi a camminare. In mezzo a quei cartoni, tra riviste invendute, c’erano certi pezzi che mi sarei preso volentieri. Forse era questa la mia vera missione, riflettei spolverando vicino ai frigoriferi. Essere un viandante attraverso il vecchio khaganato, a segnare piantine e cerchiare reliquari come un viator medievale. Collezionare tesori, come quelli sul retro, aspettando di accumularne abbastanza da sotterrarli in una capsula del tempo, per far fiorire meraviglia nella posterità. Presi una pillola da sotto il bancone. Quel bastardo al volante mi aveva sistemato per bene, insieme al resto della mia macchina. Un potere di coercizione pilotato da una mano esperta. In fondo avevo poco da lamentarmi, il ragazzo mi stava facendo un gran favore. Era solo che le energie cominciavano ad esaurirsi, le ultime erano state spese per raggiungere in auto quel buco in cui mi trovavo. Almeno quella piccola volata alla tavola calda mi aveva galvanizzato un po’. E a risvegliarmi ora ci pensava anche quella macchina là fuori.

Era sempre la stessa, un vecchio modello di familiare col colore di un ufficio degli anni quaranta. Aveva solo rallentato un po’, la prima volta non mi sono neanche accorto di lei. Poi, invece di entrare a chiedermi una birra, è passata oltre. Questo mi aveva distolto dal torpore, ma niente di più. Dopo un tempo troppo breve per farmi dimenticare del primo passaggio, passò sulla corsia opposta ripetendo il rituale e a quel punto fui completamente sveglio. La prima cosa che ho pensato era che fosse… lui, ma ogni dubbio fu dissipato quando alla terza ondata vidi la macchina fermarsi. La presenza di molti passeggeri fu la differenza più importante, perché di una cosa ero certo: una e una sola persona aveva distrutto il mio specchietto in autostrada. Scesero dall’auto, erano in quattro. In caso di rapina, mi aveva detto il ragazzo, c’è tutta una procedura da rispettare. Alzi le mani, apri la cassa, ti metti a terra, aspetti che scappino e quando sei sicuro al cento per cento che sono spariti ti alzi e chiami la polizia. O almeno questo era ciò che dicevano alla presentazione, ma nell’ufficio del capo la lista seguiva un ordine vagamente diverso. La cassa era una di quelle costose, con un bottone in dotazione sotto il banco. Ciò che faceva il bottone non aveva bisogno di spiegazioni, lo zio Boris avrebbe saputo quanto scalarti dallo stipendio in base al tempo d’arrivo della polizia rispetto ai rapinatori. Inoltre, solo un quarto del guadagno andava in cassa, il resto dentro un sacchetto lasciato in mezzo alle bottiglie giganti di succhi di frutta. Di solito non basta il tempo per ricordare la procedura, prima che inizi una rapina. Si viene colti troppo di sorpresa, anche solo per metabolizzare cosa sta succedendo. Ma quando quei quattro sono entrati dall’ingresso principale, l’aria di rapina fece spazio a quella di spedizione punitiva: “Sei da solo?”

Gli altri tre cominciarono a rovistare tra le birre, come alla ricerca di un’economica che li stendesse per bene. Cristo, non c’era neanche una merda di telecamera in quella stazione. Capivo che le nuove tecnologie faticavano ad attraversare il muro, ma in quel momento ne sentivo la mancanza. Era anche vero che se ci fossero state telecamere la mia presenza lì dentro sarebbe stata assolutamente da escludere. Mi sorrise: “Mani sul bancone” eseguii l’ordine lentamente. Sapeva del bottone, in qualche modo, probabilmente non era la prima volta. “Sei sicuro di non avere un collega nel retro?” Scossi la testa. La conversazione (o meglio, l’interrogatorio) procedeva con una calma fuori posto. Dietro il mio interlocutore, l’atteggiamento cominciava a perdere compostezza. Ci furono risate e bottiglie di birra che venivano lanciate, frantumandosi sul pavimento appena pulito. Senza battere ciglio, continuò: “Sai, te lo chiedo perché…” sorrise “beh, questo è un tantino imbarazzante, ma insomma, mi aspettavo di trovare qualcun altro dietro quel bancone”. Poggiò una mano e con l’altra mi indicò: “proprio dove stai tu ora”. La sua mano strisciò via dal bancone e si allontanò come se interessato alle patatine. Mentre un tizio mi squadrava, tornò da me con l’atteggiamento di chi ha dimenticato qualcosa alla cassa: “Beh, ora che ci penso, c’era un altro nella tavola calda. Così mi hanno detto”. Sorrise cortese, mentre la distruzione regnava attorno a lui: “Perdonami, chiaramente non sai di cosa sto parlando. Vedi, c’è un tizio, quello che mi sarei aspettato di vedere al posto tuo, che… insomma, come dirlo in una maniera concisa… beh, mi deve veramente un puttanaio di soldi” rise con quelle ultime parole “Davvero! Non sto parlando di qualche spicciolo, quel figlio di puttana ha mangiato alla grande con i miei soldi. Mando dei miei amici a parlare con lui a pranzo, a discuterne civilmente. E che cazzo scopro? Che con i soldi che mi doveva si è comprato un gorilla di merda che da solo ha steso tre dei miei. Come cazzo dovrei comportarmi, ora, me lo dici? Quale CAZZO DI REAZIONE DOVREI AVERE?” Con quell’ultimo grido anche il vandalismo si fermò per un attimo. Quell’aria di ultimo baluardo di luce del benzinaio, in mezzo alla strada deserta, era completamente andata a farsi fottere. Era questo che faceva la gente come lui, spezzava atmosfere. Soprattutto a chi strappa dal loro giogo anche le vite degli altri. Sono un pazzo? Un megalomane per mettermi su un piedistallo come una specie di salvatore dell’umanità da fumetto? Assolutamente sì. L’aria infuriata scomparve come per magia dal suo viso, si riaggiustò il maglione e spolverò svogliatamente la sua giacca di pelle nera. I baffetti inusuali s’inarcarono in un sorriso di derisione: “Ma non puoi essere stato tu. Non con i tuoi… ” mi indicò e lasciò subito ricadere il braccio “capelli alla Bon Jovi del cazzo, mingherlino”.

In mezzo alle risate fragorose, il benzinaio era diventato irriconoscibile, la devastazione sparpagliata per terra. “Fammi il pieno, coglione” e gettò qualche spicciolo assolutamente insufficiente alla spesa. Accesi la pompa più vicina alla loro macchina e quando lo feci gli altri tre uscirono dal negozio e mi aspettarono tenendo aperta la porta a vetri. Si scostò e disse: “Servi il cliente” e sollevò la sbarra del bancone arancio plastificato. Una forza dentro di me voleva disperatamente mettere la mano sotto al bancone ed estrarre ciò che avevo nascosto. Ma non lo feci, perché sapevo che nel momento in cui l’avrei fatto mi avrebbe sparato. Con l’amarezza in bocca, mi allontanai tenendo le mani bene in vista e quando arrivai alla porta un paio di loro mi trascinò per le spalle. “Non sei stato tu a spaccare la faccia ai miei compagni” continuò quello, appoggiato all’entrata “sei solo un povero stronzo che doveva insospettirsi quando il collega gli ha chiesto di prendersi il suo turno”. Mi sbatterono contro il distributore con un’ulteriore risata: “Avanti” fece lui lasciandomi le chiavi “fammi vedere come lavori” e rimasi così, fissando le canne di tre pistole puntate in faccia. Aprii con le chiavi il loro serbatoio ed estrassi la pompa di benzina. In mezzo alle risate, uno di loro disse indicando il serbatoio: “Magari poi ti ci fai una zuppata anche tu”. Poi in lontananza, sentii un suono che a forza di ridere a loro era sfuggito. Chiesi: “Gradite col piombo?” E le loro facce si ammutolirono. Finalmente avevano udito anche loro: sirene. Si voltarono verso le macchie rosse e blu che tinteggiavano il bosco, commettendo il loro ultimo errore. Gettai la pompa a terra e scivolai sul cofano. Una volta dietro copertura, s’accorsero di cosa stava succedendo e spararono addosso alla macchina. “Basta! BASTA!” Gridò quello che mi aveva parlato al bancone “volete farci esplodere!?” E uno di loro fece: “Io non ci sto a lasciare in vita questo figlio di…” ma non riuscì a completare la frase, con un colpo della mia Tokarev nel petto ed un piazzato nel collo. Prima ancora che ritornassero a spararmi addosso, uno di loro si era già fottuto la gamba nello stesso modo. Procedettero alla ritirata, ma dovettero trascinarsi l’amico ferito mentre cercavano di evitare il mio fuoco di soppressione. Ero riuscito a creare il panico, volevano allontanarsi per farmi esplodere, ma per tentare una manovra del genere dovevano avvicinarsi alle milizie che ormai avevano sicuramente udito la sparatoria. Uno di quegli stronzi, magari, ci era già arrivato al fatto che quando sono passati per la seconda volta avevo già premuto il bottone. E ora li avrei lasciati senza un veicolo. Aprii la portiera del pilota, sporgendomi dove c’era ancora copertura. Con una piccola acrobazia, richiusi il serbatoio scivolando nella macchina e girai le chiavi mentre chiudevo la portiera. Il pensiero della droga sotto il bancone mi diede una stretta al cuore, ma questa lasciò presto spazio ad un impeto di panico quando in un attacco d’ira scaturito dall’accensione della macchina i vetri furono crivellati di colpi. La macchina per fortuna si accese senza troppe storie, anche se aveva l’aria di aver saltato qualche revisione. Non osai alzare la testa e diedi gas, approfittando quanto più possibile della distanza tra me e loro. Immerso in un mare di suka blyat, feci qualche giro a caso col volante, con la paura più totale di schiantarmi contro i serbatoi. Dopo un secondo così, osai alzare un pelino la testa con le pallottole che mi fischiavano attorno e finalmente riuscii a ritrovare la strada per Gosradin. Non alzai lo sguardo né accesi i fanali fino a quando non fui sicuro al cento per cento di non essere inseguito da pallottole o sirene. Accesi i fanali e la boscaglia mi circondò completamente.

Le ultime luci del benzinaio, un tiepido alone bianco macchiato dalle sirene. Forse… no, era sicuramente un’esplosione. Dev’essersi sentita fino a Gosradin. E con un po’ di fortuna, avrà tolto di mezzo un paio di problemi. Ho ucciso delle persone, di cui una con un proiettile in gola. E assolutamente non provo alcun rimorso. Nulla, se non una lieve soddisfazione per essere sopravvissuto ed aver ribaltato le probabilità in mio favore. Ma chi prendo in giro… mi è piaciuto. Nello specchietto retrovisore orami soltanto il buio, le foglie ed i rami. E il mio sorriso, che non riuscivo a togliermi di dosso. Quel sorriso che più tentavo di reprimere e più digrignava, fin quando non divenne qualcun altro nello specchio. Eravamo in due, in quella macchina, ma lui ormai aveva già vinto da un pezzo. Soltanto ora, però, lo vedevo. Lì, immerso nel verde e nel nero. Dio mio, lo ero sempre stato. Un mostro. Io non volevo. Lo giuro su tutto me stesso, anche se nessuno mi crederà. Quando ho girato le chiavi, quando ho deciso di non voltarmi più indietro… io volevo… io volevo solo essere libero. Fuggire, restare solo o al massimo legare con qualcuno in modo sufficientemente lasco. Perché non devi mai legarti troppo, con nessuno. L’amore è una trappola. È come la stabilità, usata per farti sopportare. Se continui così, se rispetti chi di dovere verrai premiato con un tesoro inimmaginabile. Non il denaro né la carriera, ma la speranza che per un po’ (anche un annetto o due) non ti dovrai più preoccupare di nulla. Potrai finalmente essere felice, soddisfatto. Mi ha dato molta più soddisfazione spaccare la faccia a quel tipo nella tavola calda, che uccidere qualcuno. Non so perché. Forse perché era la prima volta che sentivo di essermi preso una rivincita… ma guarda come parto. Ho preso la questione del ragazzo e l’ho trasformata nel mio romanzo personale. Che psicotico egocentrico. O forse il fatto che fosse la prima volta non c’entrava niente. Forse non ero un assassino, in cerca di nuove prede da cacciare. Magari la punizione più esemplare non era l’omicidio. Il castigo, in effetti, non era la parte più importante di ciò che facevo. Non ero un giudice o un boia, volevo soltanto essere lasciato in pace. E per essere protetti non si può solo reprimere: si dev’essere eclatanti. Il sangue non è soltanto una conseguenza, è un mezzo. I rivoli che fuoriescono dai crani sono delta di fiumi di porpora, afflussi di autocoscienza. Canali navigabili verso nuove possibilità, custodi di orizzonti ultravioletti. La macchina sbandò, deviando sul terriccio. Le erbette sempre più alte si piegarono sotto il metallo fino a quando non riuscii ad inchiodare. Un colpo alla schiena mi risvegliò completamente, il collo mi bruciò come fanno le fornaci. Sentii sin da subito che il dolore sarebbe rimasto per un po’. Come sempre, del resto. Quando il disorientamento si acquietò, aprii la portiera e diedi un’occhiata dietro di me. Avevo lasciato la boscaglia da diversi chilometri, che ormai l’avevano trasformata in un’indistinta chiazza nera. E al chiaro di luna le sterpaglie e l’erbetta ricoprivano ogni cosa, eccetto un paio di relitti automobilistici disseminati qua e là. Qualcuno, in quell’angolo deserto sulla strada per Gosradin, in passato abbandonava qui le auto rubate. Pregai che le scorribande fossero finite, perché in quel momento la cosa più urgente da fare era dormire. Ormai neanche delle convulsioni da astinenza mi avrebbero risvegliato. L’unica cosa che feci fu assicurarmi che fossi abbastanza nascosto e che non fossi impantanato. Poi lasciai la portiera aperta in caso di rumori dalla strada. Il vento, l’erba, il metallo arrugginito. E nient’altro.

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