Amori infelici

Era mercoledì quando ci sfiorammolettura di 7'

28 Marzo 2020 5 min di lettura

Era mercoledì quando ci sfiorammolettura di 7'

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“Mi scusi, è lei la maestra Eleonora?”.
È stata quella la prima volta in cui lo vidi. Io ero accovacciata ai piedi di una bambina, le stavo sistemando i laccetti di una mezza punta. Quando mi girai verso la sua voce, leggermente roca, tra le labbra serrate tenevo un paio di forcine che erano scappate dallo chignon della mia piccola allieva. Dovetti fare uno sforzo per non farle cadere non appena incrociai il suo sguardo.
Mi alzai lentamente mentre anche lui si perdeva in un attimo di stupore dopo avermi osservata meglio.
“Sì, sono io”, gli dissi, porgendogli la mano.
Lui ricambiò la stretta, trattenendomi un po’ più del consentito.
“Io sono Enrico, il papà di Francesca”.
Me la indicò, dato che in classe non era l’unica con quel nome, ma io avevo già capito di chi stesse parlando. Avevano gli stessi occhi rotondi e blu. Si girò per controllare cosa stesse combinando sua figlia insieme alle altre bambine, ma io non distolsi lo sguardo da lui.
Quando tornò su di me ci fu una pausa, sembrava che si fosse dimenticato cosa volesse dirmi. Gli rivolsi un sorriso, invitandolo a parlare, e lui si ridestò: “Ehm, sì… volevo dirle che passeremo le vacanze dai miei suoceri, in Sicilia, quindi la bambina perderà qualche giorno di scuola… Francesca ha insistito affinché glielo facessi presente, tiene molto alle lezioni con lei…”.
Lo ascoltavo e dentro di me mi chiedevo che lavoro facesse. Mi incuriosiva il fatto che non fosse in giacca e cravatta come la maggior parte dei papà che si incontravano nei corridoi di questa rinomata scuola privata dove il pomeriggio insegnavo danza classica. Pochi, è vero, ma sempre con lo stesso tipo di abbigliamento che faceva pensare a un bancario o a un professionista.
Enrico, invece, aveva una camicia bianca e un maglione blu scuro, dei jeans lisi dall’usura e non dalla moda, un paio di scarpe comode. Era facile perdersi in fantasie con lui a pochi centimetri. Informatico? Giornalista? Cuoco? Non so perché mi stessi focalizzando su quell’aspetto.
A quel punto ero io a non parlare, incassando un’occhiata curiosa da parte sua. “Va bene, nessun problema, ci mancherebbe. Buone vacanze, ci rivediamo l’anno prossimo”, gli dissi, buttando lì una frase di circostanza, senza riflettere più di tanto sul suo significato. Lui mi sorrise, prese in braccio sua figlia che non voleva staccarsi dalle sua amiche, e se ne andò.
Il nuovo anno arrivò quasi in sordina, senza nessuna novità di rilievo. Le feste – per fortuna – erano terminate senza particolari strascichi e tornare alla vita di ogni giorno fu quasi un sollievo. Mentirei se dicessi che avevo pensato a Enrico. Il nostro incontro era stato un piacevole diversivo, ma nulla di più. Solo un breve momento.
Quando lo incontrai nuovamente, però, avvertii un brivido scorrermi lungo un fianco. Era venuto a prendere Francesca, sempre vestito in modo casual, con il suo sorriso incerto che gli conferiva un’aria ancora più vivace. Sembrava in procinto di mettersi nei guai. O forse era davvero così e io lo capii solo troppo tardi.
Mi venne a salutare, usando un tono formale, ma molto gentile. E fu così per tre volte alla settimana. Non faceva nemmeno finta di trovare una scusa per attaccare bottone, aveva sempre pronto un nuovo argomento di conversazione.
Un mercoledì buttò tra noi l’informazione che mi aveva incuriosita la prima volta: “Sono un operatore e un insegnante di Shiatsu. Lavoro presso un centro fuori città un paio di mattine alla settimana, per il resto ricevo i clienti a casa”.
“Wow, me ne hanno sempre parlato benissimo, ma non mi sono mai convinta a provare. E dire che la sciatica mi dà il tormento da quasi un decennio ormai!”.
“Passa venerdì mattina, intorno alle 10, questo è il mio indirizzo”, mi fece sapere, porgendomi il suo bigliettino da visita.
Non c’era traccia di una domanda nella sua frase. Mi ritrovai con quel cartoncino in mano, senza aver accettato. O forse avendolo fatto non appena gli sfiorai le dita per prenderlo.
Ero confusa e, inutile negarlo, anche curiosa. Che male c’è?, continuavo a ripetermi. Lui è un professionista e io sono una paziente con un’infiammazione. Che può succedere?
Bè, ciò che era più prevedibile. La prima volta si prese il mio piacere usando la lingua, direttamente sul lettino dove avrebbe dovuto praticarmi il trattamento. Usò le mani per esplorarmi, avidamente, non per curarmi. I suoi gesti potevano sembrare orientati al mio benessere, ma ripensandoci dubito sia stato così.
Enrico cercava il suo appagamento, non il mio.
Non me ne accorsi, subito. Come potevo? I suoi modi erano premurosi, le giornate passavano piene di attenzioni. Il più delle volte mi dimenticato che fosse sposato, che ero diventata “l’altra”, “l’amante”. Mi risucchiò nella sua spirale che diventò presto una dipendenza.
Avevo bisogno dei suoi messaggi, del suo buongiorno, della sua buonanotte. Trascorrevamo tantissimo tempo insieme, anche se chiusi in casa sua. Mai nella sua camera da letto, o in quella della bambina, ma il resto della casa lo esplorammo con i nostri corpi. La mia dipendenza nei suoi confronti divenne sempre più marcata col passare delle settimane. Era un maestro nel rendersi indispensabile, nel piegarmi a sé.
Enrico voleva reprimermi, non farmi risplendere.
Io non avevo mai avuto storie particolarmente lunghe o amori travolgenti. Fino a quel momento le mie esperienze in fatto di sentimenti erano piuttosto asettiche. Forse per questo non colsi i segnali o non capii il suo modo di comportarsi. Anche se sapevo che quello che stavamo facendo era sbagliato, non ne comprendevo fino in fondo il dolore che mi avrebbe procurato.
Enrico voleva soggiogarmi, non amarmi.
Dopo un paio di mesi ero ormai diventata una bambola nelle sue mani. Era impossibile dirgli di no, anche se i suoi modi si facevano sempre più affettati. Aveva ottenuto quello che voleva, non aveva più bisogno di mostrarsi in un determinato modo. Il problema sorse quando la clandestinità non gli procurava più alcun tipo di piacere.
Volle esagerare, mostrarsi, baciarmi in piazza, toccarmi il culo al cinema, farmi una carezza a scuola. Io ero sempre meno capace di reagire. Non capivo cosa sarebbe stato meglio per me, se allontanarlo o se accontentarmi delle briciole che mi lanciava con sempre maggiore rabbia e disgusto.
Enrico voleva decidere ogni cosa, anche per me.
Un pomeriggio venne una signora gioviale a prendere Francesca alla fine della lezione di danza. Si presentò, era la nonna. Materna. Fu gentilissima e io gli sorrisi per quel che potevo.
Lui non si fece più vedere e il distacco improvviso fu un colpo duro da incassare. Non potevo chiamarlo, né andare da lui, non sapevo in che guai mi sarei potuta cacciare. Potevo perdere il lavoro, oltre che la reputazione. Non mi rimaneva altro che un letto freddo e vuoto dove piangere.
Passarono i mesi e arrivò il giorno del saggio di fine anno. Tra i preparativi, le prove, i cambi di costume, i nervosismi e le corse in bagno dell’ultimo momento, non mi ero fermata un attimo. Quando salii sul palco per prendermi gli applausi dei presenti i faretti erano così forti che tra il pubblico avrebbe potuto esserci chiunque, non me ne sarei comunque accorta.
Pensai a Enrico, ovviamente, ma non mi feci vedere in sala. Rimasi dietro le quinte con le altre maestre a cambiare le bambine, a far loro i complimenti, a dire che mi avevano fatto sgolare ma che erano state bravissime.
Dopo qualche minuto, sentii una mano afferrarmi il braccio.
“Non ci conosciamo, io sono Laura. Volevo solo dirti che mi dispiace. Non sei stata la prima, né sei stata scelta per caso. Lui sa dove colpire. E dove farlo senza lasciare segni. A volte prendersela con me non gli basta”, mi disse, lasciandomi a bocca aperta mentre prendeva Francesca tra le braccia come se niente fosse.
E non mi rimase che accasciarmi su una sedia, incredula, stordita. I segni sulla pelle magari non sarebbero rimasti, ma certe cicatrici difficilmente si sarebbero rimarginate.

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